grande medaglia bronzo

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Descrizione

medaglia di grade circonferenza  in bronzo progettata e eseguita da omero taddeini

Lo scultore e medaglista era originario di Montespertoli (FI), dove nacque il 15 luglio 1901 da una famiglia di proprietari terrieri. Si formò a Roma alla Scuola dell’Arte della Medaglia. Lavorò per la Zecca e fu a stretto contatto con Bernardo Morescalchi, Mario Moschi, Publio Morbiducci, Aroldo Bellini e Luciano Mercante.Taddeini si aggiudicò vari concorsi ed espose con successo alla XXII Biennale di Venezia del 1940. Come medaglista egli fu l’unico presente in tutte le edizioni della “Mostra nazionale d’arte ispirata allo sport” organizzata a Roma dal CONI nel 1936, 1940 e 1948. Sculture pubbliche del toscano con soggetti militari, religiosi e leggendari, che spaziano dagli anni Venti agli anni Cinquanta, sono ancora ammirabili a Salerno, Bari, Sulmona e Francavilla al Mare. La statua dedicata ad Arezzo nel Foro Italico rimane la commissione più prestigiosa ricevuta in carriera assieme allo scomparso monumento a Cristoforo Colombo per l’isola di Haiti. L’artista morì a Roma il 28 settembre 1978.

Come le altre presenti nello Stadio dei Marmi, anche l’opera di Taddeini celebra la virilità, la prestanza fisica e la giovinezza, ma con caratteristiche peculiari. La scultura in marmo, intitolata “Ercole vittorioso”, ci dice infatti che non siamo di fronte a un semplice atleta alle prese con la sua disciplina sportiva ma davanti al più celebrato eroe della mitologia greca e romana, qui rappresentato giovane e imberbe, con la mano destra che fa il saluto e quella sinistra che sorregge la testa dell’ariete dai poteri magici Crisomallo. L’animale rimanda al mito del vello d’oro e alla partecipazione di Ercole alla spedizione degli Argonauti, guidata da Giasone per trovare il manto che guariva le ferite.
Il semidio indossa la pelliccia del Leone di Nemea, ucciso nel corso della prima delle sue “dodici fatiche”. Nella parte superiore delle calighe, le calzature di cuoio, le figure stilizzate di due serpenti riportano invece alla leggenda secondo cui Giunone tentò di uccidere l’eroe neonato inviando due rettili nella culla. Ercole strozzò entrambi con le piccole mani.
Per il volto, infine, lo scultore si ispirò a quello di un giovane aretino del periodo. Almeno così riporta una tradizione consolidata.

Artista pienamente calato nella temperie del Ventennio, Taddeini utilizzò un linguaggio retorico e monumentale. L’Ercole “aretino” andava però oltre la dimensione enfatica richiesta dalla dittatura, perché introduceva l’osservatore anche alla metafora dell’impresa mitologica come ricerca corale e conquista della purezza.
Nel dopoguerra l’autore non sfuggì alla damnatio memoriae che colpì molti artisti operanti durante il fascismo, accusati di antimodernità e di legami con il regime. È giusto sottolineare, tuttavia, che lo scultore toscano seppe sviluppare parallelamente una sua personalità che andava oltre le ridondanze della propaganda, riscontrabile soprattutto negli oggetti di design e nelle piccole sculture ancora presenti nel mercato antiquario.
Un artista di cui si è quasi persa la memoria, ma che con la statua dedicata ad Arezzo realizzò la sua massima impresa.

(Per approfondire l’argomento si rimanda all’articolo pubblicato nel 2018 dallo stesso autore su “Notizie di Storia” edito dalla Società Storica Aretina).

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